Alla scoperta di un sé che ancora non c’è

Giulio era un ragazzo timido. Non faceva nulla più di quello che doveva necessariamente fare. Se ne stava volentieri ad ascoltare musica, ma da solo, e spesso rifiutava anche quei radi inviti ad uscire che gli rivolgeva qualche vecchio amico d’infanzia. Perché ce l’aveva avuta un’infanzia. Era cresciuto lontano dal centro di Milano, dove abitava la gran parte dei suoi compagni di scuola, figli e figlie di notai, avvocati, imprenditori, banchieri. Lui era figlio e basta. Anzi, aveva avuto la fortuna di essere stato nipote di una nonna che aveva fatto in modo che tutti i suoi averi fossero investiti sulla sua educazione. Per cui, era stato dirottato su uno dei migliori licei di Milano. Da dove sarebbe volentieri fuggito. Più che fuggito, avrebbe spesso voluto mimetizzarsi alle pareti delle aule, dei grandi corridoi, del bar interno.
A Giulio piaceva ascoltare. E oltre alla musica, gli piaceva ascoltare i suoni, i rumori, le parole, i sussurri.
Ogni tanto prendeva un libro e leggeva frasi staccate, correndo da una pagina all’altra, senza preoccuparsi del senso, ma solo per ascoltare gli accostamenti delle singole parole, delle singole lettere.
Il sabato, giorno in cui era a casa da scuola, se ne andava dallo zio che abitava ancora nella sua vecchia casa, dove aveva vissuto i suoi primi anni di vita, dove era ancora un ragazzino come tutti gli altri, senza pensieri, senza timidezze.
Non sapeva che, di lì a poco, avrebbe dovuto scappare di corsa in ospedale. Quella notte l’ambulanza era arrivata appena in tempo per permettere a sua mamma di raggiungere ancora cosciente l’ospedale. Ma una volta arrivata, non si è più risvegliata.
E così, Giulio, ragazzo come gli altri, diventò Giulio il timido. Sconosciuto imperatore di una vita che non voleva, che avrebbe sognato diversa. Ma gli era toccata questa, e tanto valeva tenersela, facendo il minimo indispensabile. Fino a quando arrivò il professor Martin.

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