Pennellate di terra di Siena

C’era una luce meravigliosa, quella mattina. Sarebbe stato un peccato sprecare quella giornata chiusa in casa.
Erano gli inizi di giugno e Benedetta si ripeteva questa frase almeno da un mese. Tutti i giorni. Ma ogni volta non se la sentiva di uscire, percepire il calore della città sulla sua pelle delicata, diventata troppo sensibile, vedere la gente camminare a fianco a lei, con le buste della spesa, con gli occhiali da sole grandi come le loro facce, grandi e scure.
Non se la sentiva di immergersi ancora in quella Bologna di giorno, gli odori del mercato a solleticare il naso, ragazzi che bivaccano, famiglie che rincorrono i bambini urlanti, turisti intenti a cogliere ogni angolo da riportare a casa.
Ma quella luce… Ne entrava uno spiraglio tra il tessuto pesante delle tende della sua stanza.
Illuminava il cavalletto e i pennelli sul banco.
Improvvisamente un rumore sordo la fece trasalire: un colpo, un botto. Rumore di vetri. Cos’era stato? Qualcosa contro la sua finestra. Benedetta si alzò scocciata, voleva rimanere ancora al riparo da tutto, sotto il lenzuolo madido di sudore.
“Che diavolo…” Si avvicinò alla finestra e vide un sasso sul pavimento, tra i frantumi a terra del vetro decorato della sua stanza.
Tutta la luce di quel mattino entrò così nella sua stanza da lavoro, dove ormai dormiva, mangiava (poco) e si crogiolava nei suoi pensieri e fra i suoi colori. E la vide.

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